In un percorso che si snoda all’interno di un atelier creativo, le
mani sono le protagoniste assolute. Mani che modellano, che dipingono,
che si dipingono. Mani che comunicano attraverso una gestualità che
esprime contenuti più significativi e attendibili della parola. La
parola, con la sua labilità, è aperta ad ogni tipo di equivoco.
l gesto, il prodotto, sono “fatti” e come tali lasciano un segno che non può essere frainteso o “contraf-fatto“.
Non è un atelier silenzioso: tutt’altro. Io parlo, i ragazzi parlano. Ma non è questo il nodo.
E’ una questione di priorità, di linguaggi privilegiati e di piani di linguaggio differenti. Alla parola è affidato il racconto
complicato, spesso confuso, che fa da colonna sonora alla nostra vita
quotidiana.
Alle mani invece, è affidato il compito della sintesi. Le mani, manipolando i materiali artistici, portano alla luce le questioni fondamentali, danno forma
ai simboli. Simboli che emergono visibili e preziosi, come pepite dal
setaccio dei cercatori d’oro.
Naturalmente questo non accade ogni giorno nè ad ogni incontro, ma è lo
scopo a cui si tende, è il senso del cammino che si propone ai ragazzi.
E’ un processo di autoconsapevolezza, di riparazione, di presa di
contatto con un mondo interno che merita di essere aiutato a palesarsi.
Dandogli… una mano.
Lontana dalla pretesa e dall’intenzione di “far terapia” in un ambiente come quello scolastico, intendo piuttosto accompagnare i ragazzi in un
itinerario che abbia come tappe i propri gusti, desideri e peculiarità,
così tanto negati e mistificati in un contesto in cui una falsa idea di
libertà corrisponde nei fatti a ferrei condizionamenti.
Libertà da imparare a conoscere e a desiderare riappropriandosi
della propria unicità, semplicemente, naturalmente, con gesti e
materiali semplici che permettono di comunicare al di là degli
stereotipi e delle imposizioni ambientali.