Wednesday, March 10, 2010 Login      Register

 
 
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Tra specificità e varietà

L’ambiente scolastico è estremamente variegato e l’utenza di un atelier creativo, terapeutico o meno, abbraccia un arco vastissimo di “popolazioni”. Troviamo a scuola disabilità da lievi a gravissime, disagio familiare e sociale, alunni stranieri di più o meno recente immigrazione, alunni del tutto “normali” che hanno comunque bisogno di uno spazio libero e creativo dove esplorare se stessi, le proprie potenzialità e quelle del lavoro artistico. Il compito di chi conduce l’atelier è in primo luogo quello di sapersi adattare ad ogni situazione e ad ogni esigenza, facendo fronte alle possibili variazioni di setting così come alle peculiari necessità di ogni studente e gruppo. Il ruolo che ci viene richiesto di svolgere è uno, ma molteplici sono i modi in cui dobbiamo operare. Non è semplice nè immediato acquisire la capacità di adattarsi cambiando, ad ogni cambio dell’ora, obiettivi e modalità. E’ necessaria ancora una volta molta pazienza, disponibilità all’ascolto, empatia e l’allenamento a sgombrare la mente rapidamente e quanto più sia possibile, da ogni altra considerazione che non riguardi quel momento e quello specifico gruppo. Le difficoltà inerenti al setting inteso come luogo fisico di lavoro, possono giocare un ruolo determinante e richiedono grande flessibilità e pazienza. Lavorando in una struttura in qualità di esperti o consulenti si è talvolta visti come “corpi estranei” e quindi il nostro lavoro e di riflesso quello dei ragazzi può essere svalutato o boicottato in vari modi. Un modo d’elezione può essere appunto il non riconoscimento del nostro spazio. E’ necessario svolgere una paziente opera che io definisco “da castoro” per riuscire a far comprendere il valore del nostro lavoro ed il ritorno positivo a vantaggio degli alunni e dell’istituzione scolastica. Irrompere violentemente in una struttura consolidata può essere molto distruttivo e ripercuotersi negativamente sui ragazzi che lavorano con noi. Molto più saggio è aprirsi a poco a poco la strada, a piccoli passi, proponendosi senza imporsi e avendo ben presente che rimarrà sempre una parte di persone che non capirà ciò che stiamo facendo. E questo non vale solo per gli esterni che lavorano all’interno della scuola, ma - con le dovute eccezioni - per chiunque compia un lavoro di questo tipo all’interno di un’istituzione, talvolta anche se la persona è membro dell’istituzione stessa. Bisogna quindi trovare delle occasioni positive per far conoscere il nostro lavoro, coinvolgendo gli insegnanti nel senso della sperimentazione e della condivisione, senza supponenza. Un modo è quello di organizzare dei workshop esperienziali con gli insegnanti con cui abbiamo più frequenti contatti, cercando di trasmettere il significato del lavoro attraverso un’esperienza personale e diretta. Un altro modo è di proporre attività che abbiano a che fare con i programmi scolastici (lettere, storia e geografia si adattano molto bene), facendo lavorare gli studenti su testi o filmati riguardanti argomenti affrontati. Un altro ancora è organizzare presentazioni con proiezione di immagini e filmati dando agli insegnanti l’occasione di vedere i loro alunni sotto un altro punto di vista ed in un ambiente diverso da quello in cui sono abituati a vederli: può aiutare a comprendere il nostro lavoro e a cogliere aspetti interessanti degli alunni stessi.

Crediti
 
area teorica Gianna Taverna (2003) -  progettazione e coordinamento Paola Vicari
 © testi, immagini e filmati G.T. - La SpeziaCreative Commons License
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