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Impariamo ad essere cittadini con l'aiuto dell'arte
 


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(articolo pubblicato da Il Secolo XIX il 27 Marzo 2009)


L’idea di questo progetto è nata se­guendo il lavoro di Cathy Malchiodi, una delle più quotate e note artetera­peute americane, che ultimamente si sta occupando di musica e memoria autobiografica scrivendo sui Beatles.

Pensando ad un progetto per l’integrazione dei ragazzi immigrati all’interno della nostra scuola e volendolo non retorico, né noioso, né serioso ma in qualche modo “dolce”, le parole di Imagine mi sono tornate in mente come un inno ad una fratellanza non di maniera né militante, ma profondamente e semplicemente umana. Pa­role “facili” che pure esprimono contenuti universali ed intramonta­bili. Una melodia che non conoscerà mai gli insulti del tempo: e di tempo ne è già passato molto da quel giorno del 1971 in cui John Lennon ne scrisse il testo sul foglietto di un notes del New York Hilton, l’Hotel dove alloggiava.

La dolcezza del testo e della melodia mi hanno quindi guidato nell’ideare le attività creative pensate apposita­mente per  questo progetto, che spero possa aiutare i ragazzi ad imparare qualcosa di più sul rispetto reciproco tra le persone e quello dovuto alle di­verse culture, sull’importanza di es­sere “cittadini” del paese in cui ci si trova a vivere (nativi o no) senza di­menticarsi del proprio, e sulle regole del vivere civile, che necessariamente comportano – accanto all’acquisizione di importanti diritti – la necessità di operare scelte su di sé rinunciando anche a qualcosa di importante e profondamente proprio, recuperando d’altro canto cose altrettanto grade­voli ed importanti.

Un’altra fonte di ispirazione, questa volta visuale, è stata la sfilata di apertura di Giochi Olimpici di Pe­chino nell’agosto scorso.

Guardando la moltitudine di atleti sfilare dietro bandiere talvolta scono­sciute, di paesi appena nati o che bal­zano alla cronaca solo in occasione di guerre e carestie, mi sono resa conto una volta di più che “il mondo non è bianco!”

Viviamo in una piccolissima porzione di mondo, fortunata, benedetta e troppo spesso inconsapevole di quanto invece possa essere oltremodo difficile, quando non tragico e orri­bile, l’essere nati in quell’altra parte di mondo, quella che nessuno si è ri­cordato di benedire. La sfilata d’apertura dei Giochi ha permesso che i colori del mondo invadessero i nostri televisori al plasma mostrando quanti siano questi colori, quanti siano i paesi emergenti con cui ci do­vremo confrontare, quante le culture meritevoli del massimo rispetto. Al di là di ogni retorica, un futuro degno di questo nome non può che essere mul­ticolore, altrimenti ci troveremo ad aver cresciuto generazioni rese arro­ganti dalla loro ignoranza dell’altro e dalla chiusura verso il diverso.

Per questo, e in assoluta reciprocità, ognuno e’ chiamato a portare in dono il meglio della propria cultura così come a far suo tutto il meglio della nostra, riempiendo simboliche valigie di tutto quanto al mondo c’è di buono, di dolce, di desiderabile, mescolan­dolo e facendolo proprio, senza paura di perdere né di perdersi.

In un momento come quello attuale, in cui in Italia e altrove si fanno sentire ben più forti le idee discriminanti e «dis-integranti», si propone quindi un progetto che va in controtendenza: cosmopolitismo [1] e società aperta [2] contro razzismo, sciovinismo e stre­nua difesa del particolare. Alle iden­tità monolitiche ed impermeabili, si contrappone l’utopia di un uomo multietnico che attinga alle varie culture scegliendo il meglio, ciò che può rendere più dolce la vita.

In un’osmosi di musiche, odori, ru­mori, colori, paesaggi, persone, og­getti, cibi, animali, tessuti, sapori, caldo, freddo: tutto può trovare posto in valigia per alleviare il viaggio e renderlo confortevole, perché si soffra di nostalgia e solitudine solo quanto basta ad alimentare il ricordo, perché il bagaglio di ognuno dei viaggiatori che attraverserà quel ponte ideale, serva a portare le proprie cose buone nel mondo dell’altro.

All’integrazione della burocrazia, fatta di norme e rigidi regolamenti, si ri­sponde con un’integrazione che nasce dal desiderio, fatta di scelte e d’amore: l’unica che possa aver senso nella mente dei ragazzi.



 

[1] Il termine cosmopolitismo (dal greco kosmos: terra e politescittadino) può riferirsi ad una realtà sociale, sia essa cittadina o politica orientata ad accogliere entro di sé individui provenienti da altri luoghi e quindi appartenenti a ceppi culturali differenti, ossia una concezione non localista e non nazionalista dei rapporti fra gli uomini: il superamento delle barriere culturali e politiche fra gli stati, la preferenza accordata alla "comunità della ragione". La persona cosmopolita è il "cittadino del mondo" e si riesce a trovare a suo agio in ogni parte del mondo.

[2] « La società aperta è aperta a più valori, a più visioni del mondo filosofiche e a più fedi religiose, ad una molteplicità di proposte per la soluzione di problemi concreti e alla maggior quantità di critica. La società aperta è aperta al maggior numero possibile di idee e ideali differenti, e magari contrastanti. Ma, pena la sua autodissoluzione, non di tutti: la società aperta è chiusa solo agli intolleranti. » (Karl R. Popper, La società aperta e i suoi nemici, Vol. I, Platone totalitario


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